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terça-feira, 22 de março de 2022

Un invito a tavola

Luigi Pirandello – 1902


Texto original, em italiano, do conto "Un invito a tavola" de Luigi Pirandello
  

- Basterà? non basterà? - si domandavano, guardandosi negli occhi, in cucina, le tre sorelle Santa, Lisa e Angelica Borgianni, impegnate da due giorni ad ammannire un pranzo da gran signori.

Santa, la minore, era piú alta di Angelica; Angelica, di Lisa, la maggiore. Tutt'e tre, del resto, poppute e fiancute, gareggiavano coi fratelli per la statura colossale e per la forza erculea.

- Famiglia Borgianni: otto colonne! - soleva dir Mauro, il minore dei fratelli e dell'intera famiglia.

Tre sorelle, dunque, e cinque fratelli: Rosario, Nicola, Titta, Luca e Mauro, in ordine di età.

Rosario e Nicola attendevano alla campagna, Titta badava alla zolfara presso il borgo Aragona; Luca faceva l'appaltatore dei lavori pubblici di quasi tutto il circondario; Mauro aveva la passione della caccia, e faceva il cacciatore.

Rosario Borgianni era famoso pe' suoi giovanili furori di bestia feroce. Si raccontavano di lui le piú temerarie avventure ai tempi nefandi del brigantaggio, naturalmente accresciute e abbellite dalla fantasia popolare. Si voleva finanche ch'egli avesse un giorno tenuto testa a una dozzina di briganti, fra i piú sanguinarii, e che li avesse uccisi tutti. Esagerazione! Quattro soltanto: due, nella sua stessa campagna, e gli altri due lungo la via che da Comitini discende ad Aragona.

Anche di Mauro se ne raccontavano di belle. Un giorno, per esempio, a caccia, cadde dalla vetta del Monte delle Forche: rimbalzò tre volte, giú per tre ciglioni selvatici, e ogni volta, rimbalzando con lo schioppo alto in una mano, esclamava.

- Fortuna, che sono ballerino!

Ne riportò tuttavia una frattura alla gamba destra e una leggera commozione cerebrale: lui, che il cervello veramente non aveva avuto mai bene a segno.

Un'altra volta, a caccia, scorse tre o quattro storni su la schiena d'alcuni buoi pascolanti su una costa. Cheto e chinato s'avvicina e, appena a tiro, bum! una schioppettata. Balza dalla fratta, in potere di tutti i diavoli, il boaro.

- Fermo lí! - gli grida Mauro, in guardia. - Se fai un altro passo, ti mando a gambe all'aria!

- Ma come, signor Mauro! Le mie bestie...

- E non sai, minchione, che dove vedo caccia, sparo?

- Ma anche su la schiena delle bestie?

- Anche sul capo di Gesú Bambino, se scambio lo Spirito Santo per un piccione!

 

Il pranzo pareva apparecchiato per trenta invitati, a dir poco; l'invitato invece era uno solo, e neppure si sapeva chi fosse. Si sapeva soltanto che sarebbe arrivato il giorno appresso da Comitini, e che gli si doveva questo pranzo a titolo di ringraziamento per il ricetto prestato al fratello Luca, l'appaltatore, latitante da quindici giorni.

Omicidio? Sí... cioè, no: ma quasi. Ecco: Luca Borgianni aveva preso in appalto la costruzione dello stradone tra Favara e Naro. Una sera, sospesi i lavori, nel tornarsene a cavallo, a un certo punto della via aveva veduto un'ombra allungarsi minacciosa su la ghiaia rischiarata dalla luna. Qualcuno, senza dubbio, stava lí alla posta, incappucciato. Luca lo aveva scorto, per fortuna; o meglio, aveva scorto il cappuccio. Gli era parso che il furfante se ne stesse accoccolato per ripararsi dalla luna che veniva lentamente sú dal colle a manca.

- Chi è là?

Nessuna risposta.

Tra-ta; tra-tà: sú, per precauzione, i cani del fucile. E un grillo s'era messo a cantare.

Allora Luca, di nuovo, fermando il cavallo:

- Chi è là?

Silenzio. Solo il grillo a cantare.

- Conto fino a tre! - aveva gridato infine Luca, impallidendo. - Se non rispondi, fatti la croce. Uno!

L'ombra non s'era scomposta.

- Due!

L'ombra, lí, ferma, impassibile. E silenzio. Soltanto il grillo a cantare.

- Tre!

E una schioppettata. Qualcosa era saltata per aria: e Luca, dàlli al cavallo! Era arrivato a casa, che non tirava piú fiato. Fratelli e sorelle gli erano accorsi intorno.

- Nascondetemi! nascondetemi!

- Perché? Ferito?

- No... ammazzato...

- Tu? Chi?

- Uno... non so... Col fucile... Nascondetemi!

I fratelli lo avevano tolto di peso e portato per il momento giú in cantina. Intanto Mauro era uscito di casa per appurare se già in paese si buccinasse qualcosa intorno all'omicidio. Rosario e Titta avevano atteso impazienti che Luca, lí in cantina, si fosse rimesso un po' in forze per condurlo fuori, in luogo piú sicuro: avevano già pensato al rifugio, presso un loro compare di Comitini, dove Luca si sarebbe recato la notte stessa, cavalcando alla porta del paese. Nicola, armato fino ai denti, era partito per aggirarsi attorno al luogo designato dal fratello e cercar cosí di sapere di che, di chi si fosse trattato. Luca finalmente s'era potuto mettere in cammino. Il giorno dopo, all'alba, ecco Nicola.

- Ebbene?

- Nulla! Ho trovato soltanto un ferrajuolo col cappuccio per terra. Certo il ferito s'è trascinato in paese, lasciando il ferrajuolo lí, bucherellato in piú parti... Luca spara come un Dio! Deve averlo ferito mortalmente, a giudicare dal ferrajuolo... Io non capisco: due buchi grossi cosí nel cappuccio, dunque in testa... Bell'e andato!

Eran passati tre giorni in attesa angosciosa. Non si sapeva nulla in paese; né dai paesi vicini si aveva notizia d'alcun ferimento o caso di morte violenta. Dopo sedici giorni, alla fine, s'era venuto a sapere che un contadino, lavorando in quei dintorni, si era servito per attaccapanni d'una pietra miliare lungo lo stradone; aveva incappucciato la colonnina col ferrajuolo, e la sera se n'era tornato in paese, dimenticandosene. Luca aveva tirato contro quella colonnina, scambiandola per un appostato.

Ora il pranzo, ecco, era lí, pronto fin dalla vigilia, su la lunga tavola in mezzo alla stanza: una pallida porchetta illaurata, ripiena di maccheroni, in una teglia da mandare al forno; sette lepri scojati con contorno di tordi, uccisi da Mauro; due tacchini pettoruti; abbacchio; trippa e cute affettate; piedi di bue in gelatina; un gran pesce salsito; un enorme pasticcio; poi un reggimento di fiaschi e frutta in quantità.

- Basterà? Non basterà?

Titta diceva di sí; Mauro di no; e faceva il conto:

- Noi, otto e, con l'invitato, nove; il servo e la serva undici. Per grazia di Dio, ognuno di noi mangia per quattro, e... e...

- Non dubitare; l'invitato non patirà, - assicurava Titta.

Questa conversazione avveniva su la mezzanotte, intorno alla tavola: fratelli e sorelle, tutt'e sette, avevan lasciato il letto pian piano, spinti dal medesimo desiderio di vedere che effetto facesse il pranzo apparecchiato; e cosí eran convenuti a uno a uno in camicia, con una candela in mano, com'ombre nottambule. Tra Titta e Mauro poco dopo s'accese il diverbio. Mauro brandí una lepre e minacciò il fratello. Vennero alle mani.

- Mazurka! Mazurka! - esclamò in quella Angelica, udendo per fortuna i mandolini e la chitarra d'una serenata giú per la via.

- La Notturna! - esclamò Santa contemporaneamente, battendo le mani e trascinando la sorella a danzare, tutte e due in camicia.

Gli altri allora seguirono l'esempio: Lisa si buttò tra le braccia di Titta, Rosario s'appajò con Nicola, e Mauro, rimasto solo, si mise anche lui a ballare con la lepre dalle orecchie svolazzanti, ridendo allegramente.

 

Nessuno, a prima giunta, fra le strette di mano, gli abbracci e i baci e le domande al fratello Luca (la piú alta colonna della famiglia) badò a un omicello d'età incerta, oppresso da un enorme copricapo che gli sprofondava fin su la nuca, sorretto ai lati dagli orecchi ripiegati sotto il carico. Il poverino pareva commosso dalle espansioni di affetto di quegli otto colossi, i quali non avevano un solo sguardo per lui già tutto smarrito, cosí piccino che non arrivava neppure (compreso il cappello) a le spalle di Lisa, la piú bassa tra le sorelle.

- Oh, aspettate: vi presento don Diego Filínia, inteso Schiribillo, - disse alla fine Luca, sovvenendosi. E gli posò una mano su la spalla, con aria di protezione, sorridendo.

 - Dio, com'è piccolo! - esclamarono allora, a coro, scorgendolo, le tre sorelle. - Schiribillo?

- Complessione, signore mie... nomignolo... - fece don Diego, togliendosi dal capo il gran cappello e sorridendo con umiltà impacciata.

Tutti lo guardarono con occhi pieni di profonda commiserazione, cosí scoperto, senza un capello sul cranio lucido, ovale, protuberante; e non trovarono una parola da dirgli. Oh delusione! Quello lí, l'invitato? E allora... A saperlo avanti!

- Perché piange? - domandò Angelica, dopo averlo osservato a lungo, col volto atteggiato di nausea e di pietà.

- Piange? - fece Luca, voltandosi, abbassandosi, e guardando in faccia da vicino il minuscolo invitato.

- Non piango, no, - rispose don Diego, che stava per recarsi all'occhio destro un gran fazzoletto di cotone a fiorami.

- Nel venire, mi s'è cacciato un bruscolo in quest'occhio qua... Non piango.

- Ah... - esclamarono, rassicurati, i colossi.

Don Diego dagli occhi si recò il fazzoletto al naso lievemente, come per ricevervi di furto una gocciolina.

- Si tolga da le spalle codesto mantello... - gli suggerí Santa.

- No no... per carità, me lo lascino! - si schermí don Diego. - Se, Dio liberi, mi metto a sternutire, son capace di farne cento di fila... Tengo il mantello sempre con me.

E sospirò: - Sí! - poi: - Sí... ... - ancora due volte, imbarazzato dal silenzio sopravvenuto, stropicciandosi continuamente una manina con l'altra e tenendo gli occhi bassi.

Nessuno sapeva risolversi a parlare, e quella perplessità diveniva di minuto in minuto piú penosa.

- Abbiamo davvero l'obbligo, - cominciò a dire finalmente Luca, - di restar grati a don Schiribillo del gran favore e delle cortesie usatemi durante il soggiorno in Comitini.

- Noi lo ringraziamo con tutto il cuore! - disse allora Rosario, tendendo una mano all'ospite. - Come si chiama? Schiribillo?

- Prego... no: Filínia; mi chiamo Filínia, - fece don Diego, sorridendo umilmente.

- Fate conto che la nostra casa sia vostra, - aggiunse Nicola, stringendo a sua volta la mano all'invitato e guardando gli altri fratelli come per dire: «Adesso a voi; io ho detto la mia».

Titta e Mauro, uno dopo l'altro, seguirono l'esempio e dissero la loro, avanzandosi d'un passo, militarmente, e stringendo dopo il complimento la mano a don Diego, il quale non seppe allontanarsi da quel suo: «Prego, prego» in risposta.

Non fu possibile cavare una parola di bocca alle tre sorelle deluse.

Si parlò dell'avvenimento per cui Luca si era reso latitante.

- Ma che colonnina! - esclamò questi indignato. - Uomo in carne e ossa era, là, appostato! Se alla schioppettata ho sentito un grido, io, con questi orecchi... Vorrei saper piuttosto chi sia il buffone che ha messo in giro la storiella. Gli farei vedere se è lecito ridere alle spalle di Luca Borgianni!

- Basta, basta... - disse Rosario. - Chi sia, l'ha detto. Adesso non se ne parli piú. Pensiamo per oggi a divertirci.

Don Diego approvò col capo, non perché si promettesse un divertimento, poverino, tra quegli otto giganti; ma per tôr di mezzo ogni lite. Non si sa mai!

Attendendo la chiamata a tavola, Rosario e Nicola cominciarono a discorrere con l'invitato delle cose della campagna, delle cattive annate e delle buone. Don Diego, con l'umiltà sua, si rimetteva costantemente nelle mani di Dio; ma questa remissione a un certo punto fece uscir dai gangheri Nicola.

- Ma che mani di Dio! Ci vogliono braccia d'uomini per la terra! Queste qua, guardate, Schiribillo!

E mostrò a Don Diego, protese e con le pugna serrate, le erculee braccia, come se lui fosse solito di pigliare a cazzotti la terra per costringerla a rendere ogni anno piú del dovere.

- E queste qua, benché vecchie e faticate! - esclamò Rosario, mostrando le sue.

Allora anche Titta e Mauro vollero mostrar le loro, tirando su le maniche della giacca e della camicia. Il povero Don Diego si vide puntate sotto il naso otto braccia nerborute, buone da accoppare otto buoi.

-Vedo... vedo... - diceva a ognuno, guardando le braccia e sorridendo con una meraviglia mista di costernazione. -Vedo... vedo...

- Toccate! Toccate! - gl'intimarono i fratelli Borgianni.

E don Diego toccò pian piano con un dito tremante quelle braccia, mentre con l'altra mano si recava sotto il naso il fazzoletto per paura qualche gocciolina non vi cadesse sopra, Dio liberi!

- A tavola, - venne ad annunziare Santa, mollemente.

- Schiribillo, a tavola! - gridò Mauro. - Lasciate fare a noi. Crescerete... Mangerete tanto, che non vi sarà piú possibile uscire dalla porta. Vi caleremo imbracato e satollo da una finestra.

- Son di pochissimo appetito, - premise don Diego, per ogni buon fine.

- Dove prenderà posto l'invitato? - domandò sottovoce Titta alle sorelle.

- Tra Rosario e Lisa, - propose Mauro. Lisa si ribellò:

- Noi tre donne ce ne staremo in disparte.

Don Diego prese posto tra Rosario e Nicola. Gli otto Borgianni, appena seduti a tavola, si riempirono di vino i grossi bicchieri da acqua.

- Per farci la croce! - disse Rosario solennemente.

E giú!

- Voi, don Diego, non bevete? - domandò Titta.

- Grazie, prima del pasto, mai, - si scusò l'ospite timidamente.

- Eh via, per aprir l'appetito, - gli suggerí Nicola, dandogli in mano il bicchiere.

Allora don Diego lo accostò alle labbra, per cortesia, e lo scoronò appena appena con un sorsellino cauto.

- Giú! giú fino in fondo! - lo incitarono gli otto Borgianni.

- Non posso... grazie, non posso...

Mauro si levò da sedere:

- Lo riduco io a ragione, aspettate!

Prese con una mano il bicchiere, con l'altra il capo di don Diego e, dicendo: - Lasciatevi servire! - lo vuotò in bocca al poveretto invano riluttante.

- Oh Dio! - singhiozzò, balzando in piedi, don Diego, mezzo affogato, con gli occhi pieni di lagrime. - Oh Dio!

E s'asciugò il sudore della fronte, tra le risa della tavolata.

- Guardate, oh! Gli è uscito dagli occhi! - osservò Angelica, beffardamente.

Venne in tavola la porchetta imbottita. Rosario si levò in piedi; trinciò le parti: la piú grossa a don Diego.

- Troppa roba... troppa... troppa... - disse questi col piatto in mano.

- Che troppa! - esclamò Nicola. - Non cominciate!

- La metà, prego... - insistette don Diego. - Non mi è possibile... Io sono parco...

- Parco? E codesta è carne di porco! Mangiate! - gridò Mauro, levandosi un'altra volta da sedere.

Don Diego, spaventato, chinò la testa sul piatto e si mise a mangiare zitto zitto.

Mangiarono quel primo servito in silenzio, tutti. Solo, di tanto in tanto, appena l'invitato accennava di posar furtivamente la forchetta:

- Mangiate! - gli ripetevano i colossi. - Fino all'ultimo boccone!

- E adesso proprio non mi è piú possibile mandar giú dell'altro! - protestò don Diego, con qualche energia, dopo aver finito la porzione, traendo un gran sospiro di sollievo.- Ho fatto, come suol dirsi, quanto Carlo in Francia.

- Che dite? - rimbeccò Mauro. - Se abbiamo cominciato appena adesso...

- Eh, loro, va bene... - osservò, sorridendo, don Diego. - Hanno la capacità, Dio li benedica... Io dico per me...

- E per chi ci prendete? - si rinzelò Titta, accigliato.- Credete che noi invitiamo a tavola per un sol piatto e lí? Attendete a mangiare e fate l'obbligo vostro. Noi dobbiamo disobbligarci.

- Ma non faccio offesa, - s'affrettò a scusarsi don Diego.- Dico che io...

- Voi mangerete! - tagliò corto Rosario. - Ecco la caccia di Mauro.

- Una lepre e cinque tordi? - esclamò atterrito don Diego. - Lei sbaglia, signor mio! Abbia pazienza: come può immaginarsi che io...

- Senza storie! senza storie! - disse Nicola, con fare sbrigativo.

- Ma mi guardino un po', - rispose don Diego. - È possibile? Dove la metto? Non vorranno mica che ci lasci la pelle...

- Quale pelle? - domandò Rosario. - Non dovete lasciarci nulla. La lepre è scojata.

- Dico la mia, dico la mia! Dove la metto una lepre?

- Vi ho dato pure cinque tordi...

- Per giunta! Ci avessi la lupa... Mangerò questi soltanto.

- Orsú! - proruppe Mauro, brandendo un'anca di lepre a cui dava a leva coi denti. - Codesta caccia l'ho fatta io. Mi sono rotte le gambe per voi, tre giorni di seguito. Se non mangiate tutto, sarà un'offesa diretta a me personalmente.

- Non si alteri... non si alteri, per carità! Mi proverò...

E, tra sé e sé, il povero don Diego raccomandò l'anima a Dio misericordioso.

Mangiando, i sudori cominciavano a colargli dalla fronte. Alzava un po' gli occhi: vedeva quegli otto demonii scappati dall'inferno non finir mai d'imbottar vino, vino, vino. E:

- Cristo, ajutami! - si lagnava piano, tra sé.

Il pranzo non finiva mai. Don Diego avrebbe voluto piangere, rotolarsi per terra, dalla disperazione, graffiarsi la faccia, sgangherarsi la bocca, dalla rabbia. Che crudeltà era quella? Neroni! Neroni! Ma non aveva piú forza neppure di scostare il piatto: posate, bicchieri, bottiglie gli turbinavano davanti agli occhi su la tavola, e gli orecchi gli rombavano, le pàlpebre gli si chiudevano sole; mentre gli otto Borgianni, già ebbri, urlavano, gestivano come energumeni, or levandosi, or sedendosi e ingiuriandosi a vicenda.

Adesso, se don Diego scostava un po' il piatto, dicendo come a se stesso: - Non ne voglio piú... non ne voglio piú... - gli otto giganti sorgevano in piedi, coi coltelli da tavola in pugno, e i due piú vicini, minacciandolo alla gola, urlavano:

- Mangiate, don Minchione! Per voi è stata fatta la spesa!

Don Diego non era piú di questa terra, quando tra le pàlpebre semichiuse gli parve di scorgere su la tavola come una gran mola d'arrotino. Fece allora un vano tentativo di levarsi, di fuggire.

- Oh Dio, m'hanno legato alla seggiola! - gemette, e si mise a piangere.

Non era vero: gli pareva cosí, povero don Diego! Rosario si alzò quant'era lungo col trinciante in mano. Parve a don Diego che toccasse col capo il soffitto e che avesse in pugno una mannaja per giustiziarlo.

- Metà a don Diego! - gridò Rosario, tagliando a mezzo l'enorme pasticcio, che al poveretto era sembrato una mola d'arrotino.

- L'altra metà al vicinato! - propose Angelica.

- E noi? - domandò Mauro. - Noi niente? Io voglio la mia parte!

Luca sorse in favore della proposta di Angelica.

- Al vicinato! al vicinato!

Don Diego pendeva da quella lite, esterrefatto.

- E allora io, per prepotenza, mi prendo la mia! - proruppe Mauro, levandosi e stendendo la mano sul pasticcio.

Ma Luca fu piú svelto: prese il pasticcio e, inseguito dalla famiglia, tra le grida, gli strappi, gli spintoni, andò a buttarlo da una finestra. Seguí una rissa furibonda: fratelli e sorelle s'accapigliarono: strilli, pugni, schiaffi, sgraffi, seggiole rovesciate, bottiglie, bicchieri, piatti in frantumi, il vino sparso su la tovaglia; un pandemonio! Rosario salí in piedi su una seggiola; gridò con poderosa voce:

- Vergogna! Che spettacolo! Abbiamo un invitato a tavola!

Al fiero richiamo quei furibondi ristettero a un tratto, come per incanto. Cercarono l'invitato: dov'era? dove s'era cacciato?

Su la seggiola il mantello, sotto la tavola un pajo di scarpe. Il disgraziato se l'era svignata a piedi scalzi per correre piú spedito.

- In fin dei conti, è andato tutto bene... - dicevano tra loro poco dopo gli otto Borgianni, rassettati. - Tutto bene, tranne il servito della frutta.

 

 

segunda-feira, 12 de abril de 2021

O Filho Eterno (livro de Cristóvão Tezza)

Nada como um dia após o outro... 

Pra que chorar, pra que sofrer
/ Se há sempre um novo amor
/ Cada novo amanhecer

 (Vinicius & Baden)

Como ser gauche:

Há dois anos, mais ou menos, numa conversa de botequim sobre filmes que cada um tinha visto recentemente, confessei que não me atraíam filmes feitos para a gente sofrer. Um pouco daquele papo de "de amarga, basta a vida".

 

O meu incômodo, expliquei, dizia mais respeito a um público que só vê profundidade em um assunto se este falar de misérias extremas: físicas, psicológicas, econômicas, sociais... É uma discussão antiga, na qual a Comédia é encarada por muitos como um gênero menor. Importantes, para estes, são o Drama e a Tragédia.

Comédia e Drama

Também me revoltam filmes, livros, etc. quando partem para a apelação tratando desses assuntos dramáticos para ganhar facilmente esse tipo de público.

 


No meu tempo (ai, meus tempos!...), fui dos pouquíssimos que se recusaram a assistir o filme Love Story, primeiro porque era um blockbuster – palavra que ainda não existia na nossa língua –, mas, principalmente porque todos o adoravam por terem chorado muito. Não vi até hoje.

 

Acho que fui o único brasileiro da minha época que não leu Meu Pé de Laranja Lima. Mesmíssimos motivos. Também não li até hoje. Mas vi o filme recentemente na televisão. Chorei como um desgraçado. Adorei e recomendei a todo mundo. Vou ler o livro algum dia.


 

Surge o livro

 


Nessa conversa no botequim, meu amigo perguntou se eu tinha lido O Filho Eterno, do Cristóvão Tezza. Recomendou muito, dizendo que provavelmente eu iria gostar, apesar do assunto brabo. Pensei comigo: "ora, já tenho tantos livros pra ler...". E esqueci.

 

Meu amigo fez então a coisa certa, me deu o livro no meu aniversário. Onze meses depois, procurando um livro de menos páginas para ler na condução, peguei-o. No ponto do ônibus, comecei pela orelha e quase me arrependi da escolha. Era sobre uma criança com mongolismo!

 

Sabia que Cristóvão Tezza era um dos mais elogiados e premiados escritores brasileiros atuais. Um livro pequeno. Vou insistir! Fui fisgado, na orelha mesmo, pela palavra Curitiba.

 


Morei lá de 1965 a 1967, o que foi profundamente marcante. A cidade e a época. Agora aposentado, pensava em relembrar as experiências boas e ruins, conversando, pesquisando e fantasiando muito. Quem sabe escrevendo aqui sobre essas experiências?

 

E aí tenho dois assuntos a tratar, sobre o livro que eu li e sobre as consequências das lembranças.

 

 

Assunto 1

O livro O Filho Eterno

 

Sim, gostei bastante do livro. Não posso recomendá-lo porque tenho por princípio não recomendar nada. Espero que os meus comentários a seguir, sobre o que gostei no livro, motivem quem, se identificando com o meu gosto, deseje conferir o prazer da leitura dele.

 

Não vou resenhar a "história" contada no livro, pois grande parte desse prazer foi tentar antecipá-la em cada parágrafo, frustar-se cada vez que o suspense era mantido e se surpreender com a crueza da realidade dos desfechos de cada situação e com a honestidade envolvida no ato de narrar esses desfechos. Por isso, recomendo (pronto, quebrei a promessa!) que não se leia a orelha do livro, nem resenhas da história.

 

Muitos, na internet, se dedicam a falar sobre o estilo do livro, as técnicas literárias empregadas na escrita e blá-blá-blá. Não tenho capacidade para tal e isso não é o que me motivou à leitura. Apenas digo que o escritor caprichosamente me envolveu na travessia das palavras, parágrafos e capítulos, do início ao fim do livro.

 

É meio difícil fugir a algumas observações sobre técnicas e estilo que são sempre citados nesses textos e vídeos sobre o livro. A primeira delas é: trata-se de uma ficção ou memória autobiográfica? O próprio autor apresenta-a como ficção, mas aceita ser também uma memória. Li-o fundamentalmente como ficção, o que me deu mais prazer na leitura. Em vários momentos a curiosidade fez-me buscar no google alguns acontecimentos narrados e perceber que eram reais, o que aumentava a graça da leitura como ficção e não como uma simples narrativa fiel a memória (existe isso?).

 

O que todos citam é que a chave disso é o livro ser escrito na terceira pessoa. Numa memória autobiográfica, o mais simples seria o narrador usar a primeira pessoa - "eu"- para que o leitor confunda o protagonista com o autor da obra. Não é isso o que o autor, Cristóvão Tezza, faz. O protagonista, que é um escritor, sequer tem seu nome mencionado, é sempre referido como "ele" ou "o pai". Isso é mais importante porque enfatiza a distinção entre a pessoa "o pai", descrita em cada momento do livro, e a pessoa "o autor" (Cristóvão Tezza) após ter passado pela formação que a própria história conta. 

 "...tem a viva sensação de que [o autor] é escrito pelo que escreve ..." 

(C. Tezza)
acrescentei o [o autor]

A escrita na terceira pessoa também facilita a empatia do leitor com o personagem. A todo momento o leitor se pergunta "se isso fosse comigo?" e se sente capaz de pensar exatamente como "o pai". 

Pode-se perceber que as próprias características da escrita do livro são fruto da história contada, ou seja, os acontecimentos como que explicam, pela vivência, os tais estilo e técnicas. Por exemplo, a natural arrogância juvenil do "pai" contrasta com a humilde sinceridade da narração.

"Nada do que não foi poderia ter sido"
 ("o pai")

A tal empatia que o leitor (eu, no caso) acaba tendo com o personagem foi o que realmente me cativou desde o início na leitura. Graças à honestidade e coragem da descrição que é feita do "pai", seus pensamentos, suas ações e atribulações, o leitor é desafiado a ser também honesto e corajoso. Talvez nem todos os leitores consigam ter prazer em ter que abandonar seus próprios pensamentos hipócritas, ou admitir a sua crueldade inerente própria de quem está fora do drama real específico, para aceitar um personagem não hipócrita diante de questões dramáticas reais. Na ficção essa distância é mais assimilável. Esses leitores podem, durante a leitura, ficar desejando a tradicional "virada e superação" na história. Podem até achar que o final da história seguiu esses cânones do cinema americano. E até gostar do livro por isso. Mas não terão sentido o prazer de se identificar com a humanidade do protagonista.

 
Match Point (Woody Allen) - o autor decide "viro ou não viro"

Um outro ponto, que particularmente me é caro e que me fez aproveitar ainda mais o livro, foi o  entremear na história das dificuldades, conflitos, expectativas, desesperos e desesperanças que um artista frequentemente passa antes dele conseguir uma (eventual e rara) realização verdadeira. Isso não é mostrado através de uma enumeração ou descrição desses problemas; sim pelo surgimento de situações reais, inevitáveis muitas vezes por conta do ambiente ou da psicologia do infeliz abençoado com a tal "alma de artista". O meu sentimento relativo às agruras dos artistas, despertado na leitura de O Filho Eterno, foi semelhante ao que tive lendo a primeira metade de Servidão Humana (Of Human Bondage) de Somerset Maugham. Espero ter tempo de um dia, ou muitas vezes, falar aqui desse assunto e também desse outro livro que adorei.

 

O escritor Cristóvão Tezza

 


Aqui só me cabe dizer que é considerado como um dos maiores escritores brasileiros contemporâneos, superpremiado e publicado aqui e lá fora. Para conhecer mais detalhes sobre ele, não existe melhor maneira do que ler O Filho Eterno.

Também vale ir à página dele e à wikipedia.

Assunto 2

Minhas lembranças curitibanas

 

Como eu disse, a menção a Curitiba logo na orelha do livro atiçou minha curiosidade pelo livro.


Morei lá de 1965 a 1967, de 12 aos 15 anos, e me vejo sempre lembrando, conversando e fantasiando muito sobre esse período da minha vida.

 

Na leitura de O Filho Eterno, o que disparou a minha fantasia foi, logo na página 74, ser dito que "o pai" escritor, que tem as mesmas marcas históricas do autor Cristóvão Tezza, ter nascido em 1952. Ora, eu também! Teríamos mais ou menos a mesma idade. Inclusive na época em que eu morava em Curitiba, ora! 😏

 

Para conferir se o ano de nascimento do "pai" de O Filho Eterno era o mesmo ano do Cristóvão Tezza, pesquisei na wikipedia, onde diz que o autor nasceu em 21 de agosto de 1952. Que nem que eu !!! Nascemos no mesmo dia !!!

 

Em 65, Curitiba tinha uma população estimada de 500.000 habitantes. Mas para mim era como uma aldeia grande. As ruas calçadas, por exemplo, iam do Alto da Rua XV até o Batel, além desses extremos as ruas eram de barro. Frequentemente eu caminhava toda essa extensão que ia do colégio no Batel até a casa do meu colega, exatamente no tal Alto da Rua XV. Uma hora e pouco de caminhada, 5,5 km. Menos do que andar do Posto 1 no Leme ao Posto 10 em Ipanema. Ou seja, era uma cidade pequena.

 

Não sei, mas não devia haver muitos ginásios nessa aldeia. Pelo Anuário Estatístico Brasileiro do IBGE vi que só havia 20 ginásios estaduais em todo o município. Me veio a ideia de que, por termos (exatamente) a mesma idade, haveria a possibilidade de termos sido colegas de escola. Para mim é uma relembrança quase impossível. Eu só fiz dois amigos nesses três anos, ambos cariocas como eu, de passagem pela cidade. Mais do que isso só lembro de pouquíssimos colegas e de nenhum nome.

 

Do pouco que me lembro da época, um episódio me marcou a ponto de frequentemente eu tentar reconstituir mentalmente os detalhes. No intervalo de recreio no ginásio, tinha um colega que não ia para o pátio. Eu ia, mas preferiria não ir. O pátio era dividido: num lado ficavam os meninos e no outro as meninas. Não era permitido contato entre gêneros distintos. Desanimador. Eu, curioso para saber se o colega, que assim como eu não se socializava, tinha o mesmo motivo, cheguei a ele e perguntei que livro ele estava lendo, já me intrigando pela cor amarela da capa me ser familiar. A resposta dele, com ar de "por que esse chato está querendo me incomodar?", foi algo como "sobre educação na Inglaterra" (conto como costumo me lembrar e não como exatamente foi). Reconheci o livro e perguntei: Summerhill?

 


Meu pai tinha comprado o livro e eu já lera boa parte dele. Os olhos do meu colega se arregalaram e o resto da conversa eu não lembro mesmo, até porque já inventei dezenas de desfechos. Não sei se algum aconteceu. O nome do colega era Jairo. Jairo?

 

Acontece que na página 168 de O Filho Eterno, está escrito que "o pai", então com 16 anos, leu Summerhill. Com 16 anos, em 1968, eu já estava de volta no Rio. Mas... e se o autor se confundiu na data de uma memória tão distante que eu quase não me lembro de nada? Achei meio difícil imaginar que na Curitiba de 1967 três adolescentes leram Summerhill. Pela visão que eu tinha daquela aldeia, isso era muito improvável. Mas não impossível. Jairo seria o Cristóvão?

 

Sempre converso, nas reuniões de família ou com os amigos, sobre os livros que estou lendo ou acabei de ler. Contando esses detalhes acima, todos sempre diziam eufóricos "escreve para ele e pergunta".

 

Foi o que fiz, escrevi um email a pretexto de desejar feliz aniversário atrasado e aguardar retribuição por sermos gêmeos nesse aspecto, contando todas essas minhas especulações sobre possíveis coincidências.

 

E ele me respondeu. Não podia ser mais amável e generoso. Contou em detalhe as datas e colégios onde estudara. De fato ele estudou no mesmo colégio que eu, mas em épocas diferentes. Ele no primário e eu no ginásio.

 

Somando todos os detalhes, concluí que ele não era o Jairo.

 

Achei a história das coincidências reais muito legal, porém a história com as coincidências prováveis que imaginei mais legal ainda. Como dizem os italianos

 

Se non è vero, è ben trovato.

 


Ou em português 

Se a versão é melhor que os fatos, que se danem os fatos.


.O inesgotável poder da mentira se sustenta sobre o invencível desejo de aceitá-la como verdade

(C. Tezza)

sábado, 22 de julho de 2017

Frantz (de François Ozon) e o elogio à mentira

O mundo tem dois tipos de pessoas: os que confessam que mentiram e os que mentem.

O poeta é um fingidor.
Finge tão completamente
          Que chega a fingir que é dor
A dor que deveras sente. 
         (uma confissão de) Fernando Pessoa

Mentir, palavra feia, nada mais é do que criar uma ficção e fingir que ela é a realidade. Já ficção é palavra bonita.

Para criar uma ficção é preciso imaginação, fantasia. O futuro, por exemplo, é uma ficção. Apenas podemos imaginá-lo e tentar acreditar nessa mentira até que ela se torne real ...ou não.

Nelson Rodrigues: "sem sorte você não atravessa a rua""
Parafraseando Nelson Rodrigues: sem fantasia você não atravessa sequer uma rua! É preciso imaginar, antes de atravessar, que vai-se ter sucesso.

Eu, por exemplo, fico o tempo todo inventando histórias. Adorava fazer viagens longas de ônibus (para o Fundão, por exemplo) passando um tempão ficcionando. Nem sei quantas vezes fui presidente, técnico de futebol e namorei alguma menina de quem nunca tive coragem de me aproximar.

Todos inventam histórias, até quando não querem. Ao ser apresentado a uma pessoa, cria-se toda uma fantasia sobre ela, mesmo inconscientemente. Essa fantasia vai se aprimorando, se corrigindo ou criando novos enganos à medida que mais informação sobre a pessoa surge. E acreditamos nessa nossa fantasia para poder de cara gostar ou não da pessoa, para poder reagir "adequadamente" à sua conversa, entre outras coisas.

Isso é uma coisa; outra é substituir o real por fantasias, mentiras.

Foto by Adrian Michael - Own workCC BY 2.5Link
Fazemos isso com tudo. Com a vida, por exemplo. Há quem acredite em um Criador e em uma história da Criação nem tão bem bolada assim. Muitos apostam suas fichas no Salvador. Sobre isso não sei muito, nem mesmo sei de quê fomos ou seremos salvos.

Sei que a vida de muita gente fica mais simples de ser levada por acreditar nessas narrações que podem ser que sejam apenas ficção (não usei a palavra mentira porque é feia).  Ou seja, é mentira que toda mentira seja ruim; é verdade que existem mentiras boas.

Disso ninguém escapa. Estamos o tempo todo acreditando em mentiras bondosas que suavizam a nossa vida. Principalmente mentiras que inventamos sobre nós mesmos.

Ah, claro! com exceção de você, querida leitora, e de você, querido leitor.

No cinema... com Ozon

Essa semana fomos ao cinema (coisa rara) e adoramos (coisa mais rara) o filme: Frantz, de François Ozon.



Não fui pela sinopse publicada. Todas são sempre tão inexpressivas que são um dos motivos de eu ir tão pouco ao cinema. Fui porque o Ozon é um dos meus cineastas contemporâneos prediletos (um dos três... ou quatro...).

Ozon aos 45. Agora tem 50.
foto by Georges Biard, CC BY-SA 3.0, Link

Talvez seus filmes não mereçam 5 estrelas, mas ele sim. Não, essa não é uma versão moderna do antigo dito "o filme é uma merda, mas o cineasta é gênio". Seus filmes são de BOM para MELHOR, porém ainda não dá para ele entrar no panteão dos deuses sagrados da sétima arte. Mas não perco um.

Esse é o 16º e penúltimo filme dele. Muitos não passaram aqui. Esse, por exemplo, está passando meio despercebido... O último dele é L'Amant Double que ainda não chegou aqui no Bananão, mesmo tendo causado frisson em Cannes.



Seu filme que mais me impactou foi Dentro da Casa (Dans la Maison - 2012). Imperdível. Como (ex-)professor, me identifiquei com o filme por conta da relação professor-aluno, complexa graças a excepcionalidade do aluno e o desejo do professor de lapidar esse (possível) diamante. Mas isso é assunto para um outro post. Prometo.



Frantz, o filme, de que se trata?

O que há em comum entre esses dois filmes é a confusão causada pela diferença (em um) ou semelhança (no outro) entre as histórias contadas pelos personagens e a realidade por eles vivida. Em Dentro da Casa, o assunto é a interferência da ficção na realidade. Já Frantz mostra a tendência que as pessoas (incluindo personagens e espectadores) têm de preferir a ficção à realidade.

Por isso subtitulei com "o elogio à mentira". Confesso que é meio exagerado esse subtítulo, mas destaca o que mais o filme me fez pensar: o quanto as pessoas preferem substituir a realidade por fantasias.

Não, o filme não é sobre religião. Há uma cena importante, não fundamental, onde um padre confessor generosamente propõe o caminho a ser seguido. Não pude deixar de pensar que, no fundo, padres vivem de vender uma grande fantasia, uma mentira total, que conforta e traz consolo ao disparate que é a vida.

Perdão foi feito pra gente pedir

Outro tema principal do filme é o perdão: a necessidade de se ser perdoado e de se perdoar. O cristianismo, pelo menos teoricamente, é o grande patrono desse refrão. Palmas aí. Sofremos quando não somos perdoado e nos libertamos de pesos quando perdoamos. O contrário, a manutenção do rancor, é danoso para os dois lados (ambos simples pecadores). O filme exemplifica isso, não apenas na animosidade que causou a guerra (primeira mundial), como o ódio ressentido do pós-guerra. A própria história contada no filme também mostra o efeito do perdão.

Soube outro dia de uma pessoa que anota tudo que de mal fazem a ela: "porque, se você esquece, acaba perdoando..." ! Eu não anoto e tenho péssima memória. Quando vejo, já perdoei.

Ok, menti. Eu perdoo, mas trago uma fichinha preta no coração com a lembrança do que senti.

Não é só de mentira e perdão que o filme trata. Posso enumerar aqui a condição feminina, o absurdo da guerra, o pacifismo e o nacionalismo. Tudo mostrado sem discursos didáticos, só situações plausíveis e imprescindíveis na história.

Em muitas resenhas, o luto é citado como um dos temas deste filme. Não dou esse destaque, prefiro destacar a culpa, justificada ou não, sempre envolvida no luto. O filme, aos meus olhos, me pareceu destacar mais a dor da culpa do que a dor da ausência. Para a culpa, nada como o perdão.


O assunto

A história é bem simples (pode deixar que não vou contar), seu desenrolar é previsível. Ozon, todavia, nos embaralha com pistas falsas e, assim, fica difícil parar de prestar atenção. É o tal suspense: suspensão dos nossos intelecto e instinto. O espectador está sempre pronto para preferir e aceitar as opções mentirosas.

Frantz é inspirado em uma peça de teatro francesa de 1931, que rendeu, em 1932, o filme americano Broken Lullaby, de Ernst Lubitsch. O filme americano foi proibido na Tchecoslováquia por ter conteúdo pacifista.

A trama se passa após a primeira guerra mundial. Em uma cidadezinha da Alemanha derrotada, os moradores ainda estão ressentidos com os franceses que nas batalhas mataram seus filhos. O túmulo do tal do Frantz, dado como morto na guerra, é cuidado por sua noiva Anna, que, desde a partida de Frantz, mora com os pais dele. Ela é a personagem principal.

A atriz que representa Anna é Paula Beer, alemã de 21 anos, com uma presença marcante na tela. Ganhou atriz revelação no Festival de Veneza por esse papel.


Há o encontro com Adrien, um francês que se apresenta como amigo de Frantz, transtornado pela morte deste. Os alemães da cidadezinha recebem-no muito mal. Adrien é interpretado por Pierre Niney, conhecido especialmente por ter feito Yves Saint-Laurent. O ator diz ter aprendido violino e alemão para fazer o filme do Ozon. Acreditei.

Pierre Niney as Yves Saint LaurentTHIBAULT GRABHERR/TIBO & ANOUCHKA/SND

A primeira parte do filme gira em torno da relação entre o francês e o alemão morto e o efeito na família de Frantz da lembrança do falecido causada pela presença de Adrien, o francês.

Na segunda parte, a ação muda para a França, onde se pode notar a destruição ocorrida no seu território, pois foi lá onde as batalhas foram travadas, e a mesma rivalidade e ressentimento que havia nos alemães.

O filme é em preto-e-branco com contraste diminuído. Há quem entenda que isso foi feito para criar o clima emocional dramático e nostálgico. Outros acham que assim é mais barato criar cenas de época (deslumbrantes e perfeitas, por sinal). A cor é usada em alguns momentos específicos.


É filme para se ver (e discutir). Sei que o verei de novo. Imagino que depois eu não vá querer alterar o que escrevi aqui. Até porque, se eu errei ou menti, foi para o bem do leitor. Perdoe-me.


sábado, 26 de setembro de 2015

A Cidadela, de Cronin. Por que todos devem ler esse livro?

por Luiz Carlos Monte

A ética é possível?

Essa foi certamente uma das leituras mais importantes que fiz em 2014. Surpresa total.

Quando adolescente, costumava ver esse livro na estante do meu pai, mas, com esse título e com o nome desse autor, não me despertou curiosidade. Imaginava um livro sisudo. Preferi desbravar a biblioteca paterna pelos Jorge Amado e Henry Miller. Ah, os hormônios...!

Com os livros eletrônicos, o título me reapareceu.

Detesto fazer escolhas, prefiro sempre que algum algoritmo faça-a para mim. No caso, ler A Cidadela porque era um ebook e tinha acabado de ler um livro de papel – seria o meu segundo livro lido no kobo – e, principalmente, porque na ordem alfabética de autores ele aparecia entre os primeiros: A. J. Cronin. O primeiro livro no kobo que eu li foi da Agatha Christie, como contei aqui. Eu tinha o texto em inglês "The Citadel", mas parti para a versão lusa mesmo.

The Citadel (wikimedia)


A surpresa foi ver como esse livro, escrito em 1937, era atualíssimo. Ao contar a história do médico Andrew Manson, inspirada em fatos vividos e testemunhados pelo autor, também médico, o tema da ética médica é “materializado” no enredo que acompanha a carreira do personagem. O leitor, acompanhando a vida do casal, é capturado pela plausibilidade das situações e de todos os personagens. Mais do que isso, pela realidade dos fatos que, com naturais variações, ocorrem até hoje. A questão ética não é exposta explicitamente. Os conflitos éticos estão lá, presentes nas muitas situações vividas com emoção.

Henfil e a ética médica


Para mim foi meio assustador ver que há uma certa inevitabilidade na desvirtuação do caráter de quem lida com a Medicina. Deve ser minha tendência pessimista, porque o livro até tem um desfecho moral. Mas, ao lembrar que muitas coisas mostradas acontecem de modo muito semelhante ainda hoje, a minha tendência acaba falando alto.

Daí, considerei A Cidadela uma leitura obrigatória. Principalmente para os médicos. Passei a achar estranho médicos que não leram esse livro. Não só para os médicos; obrigatória também para pacientes (nós, né?), para aprendermos a olhar os truques dos doutores e da indústria farmacêutica.

Um livro de impacto

Parece que a criação do sistema de saúde inglês (National Health Service), cerca de uma década (1948) após a publicação do livro, foi aprovada como consequência dos debates disparados pela obra. É crível, mas pouco do livro sugere explicitamente uma solução estatal / socialista, como é o NHS. É clara a precariedade do sistema que existia na época na qual a história foi passada e escrita.

Entendi muito mais a origem do viés socialista do NHS quando assisti o excelente documentário O Espírito de '45 do cineasta esquerdista Ken Loach. O filme descreve a campanha, ascensão e governo do Labour Party (trabalhistas) logo após a guerra, sob o mote "se nos unimos e nos esforçamos para vencer Hitler, por que não fazermos o mesmo para reconstruir o país?". Assistir o filme mexe até com o mais empedernido liberal. Deve-se depois assistir o filme Thatcher como antídoto. Rsss...


Logo em 1938, ano seguinte à publicação do romance, foi lançado um filme. Quase uma dezena de outras adaptações foram feitas para a tv e para o cinema, inclusive indiano.


A história

As resenhas do enredo costumam contar coisas demais sobre o livro. Não vou fazer isso.

Em 1921, o recém-formado Dr. Andrew Manson, escocês, 24 anos, vai trabalhar em uma pequena cidade do País de Gales dominada pela mineração de carvão. Seu trabalho associa clínica e pesquisa. A lida com os mais diversos tipos humanos, sejam pacientes, médicos, empresários ou burocratas é um ponto alto do livro. A sua luta diária, o sucesso da sua pesquisa e os benefícios que seguem, o progresso de status que acompanha seu crescimento na carreira, juntamente com a maturidade e as tentações próprias do ofício, transforma-o paulatinamente no oposto do que fora. Naturalmente o romance se encaminha então para crises pessoais que o levam a refletir sobre suas decisões anteriores.

Dito assim, não tem graça nenhuma, né?

Cartum de Waldez
em http://waldezcartuns.blogspot.com.br/2011/06/fale-com-seu-medico.html


Pelo caminho passamos por profissionais que se aproveitam de suas posições burocraticamente superiores para manter seus privilégios independentemente do mérito ou condição, pela indiferença à assistência aos lugares e indivíduos mais necessitados, pela charlatanice, pelos medicamentos inócuos, pela desinformação e incompetência, pela falta de saneamento, pelos que veem a verdade e são discriminados e até isolados socialmente.

Mas também vemos os que querem alterar a situação nem que tenham que fazer coisas não "legais"; vemos os que percebem a necessidade de empatia pelos seus pacientes; vemos os dedicados.

Muito mais há ainda: complôs para difamação; reconhecimento natural da competência pelos beneficiados por melhoras ou curas; e por aí vai. Tudo dentro de um romance.



O que mais me tocou foi ver a atração que o dinheiro e o status exercem quando se tem poder sobre a saúde das pessoas. Daí médicos que só se interessam pelo ganho social obtidos com pacientes ricos ou famosos. Daí também as redes de médicos que se recomendam mutuamente para alcançar a ascensão mútua. Daí os medicamentos e exames desnecessários, prescritos apenas para manter o cliente, frequentemente hipocondríacos, satisfeito. Daí a ostentação nos hábitos e consultórios. Daí a diferença de atendimento e atenção aos ricos e aos pobres. Daí os preços exorbitantes das consultas particulares. E muito mais. Tudo o que pode ser encontrado na mesma situação ainda hoje.

Charge de Sinovaldo


O Autor!

A. J. Cronin (wikipedia)


A primeira parte do livro é claramente baseada na experiência vivida pelo autor como médico em início de carreira. Todavia, sua vida como escritor me parece mais surpreendente. Escreveu muitos best-sellers que foram traduzidos para inúmeras línguas.

Archibald Joseph Cronin (1896-1981) escreveu mais de 30 livros, frequentemente adaptados para as telonas e telinhas. Pelo seu sucesso, há quem diga (NHS Scotland) que ele foi a J.K. Rowling do seu tempo.

Sua força está na narrativa, diálogos e caracterização de personagens interessantes. E também no realismo e na crítica social.

Seu romance The Stars Look Down, de 1935, inspirou o filme Billy Elliot e a canção (composta pelo Elton John) de abertura do musical faz homenagem ao livro.

Livro que inspirou o filme Billy Elliot


E a tal cidadela?

Ao final do livro era essa a pergunta que eu fazia.

Há duas menções a essa palavra no romance.

A primeira é Christine, que dialoga com ele sobre sucesso na vida no meio da segunda parte do livro:
- Não te lembras de que consideravas a vida como se fosse um assalto ao desconhecido, uma investida para a altura?... Era como se quisesses conquistar uma cidadela que não vias mas que tinhas a certeza de que estava lá, no alto...
A segunda menção é no último parágrafo:
E quando Manson partiu afinal, apressando-se para não perder o comboio, viu que as nuvens acumuladas no horizonte tomavam a forma de uma cidadela.
Haja memória para o leitor associar essa sentença à de muitas páginas anterior.



Antes de fazer a busca pela palavra no texto, fiquei intrigado por não ter entendido exatamente o último parágrafo. E resolvi olhar a versão que eu tinha do texto em inglês. Ahn? não há qualquer referência à palavra citadel, exceto no título! O que Manson vê no céu inglês são nuvens formando "the shape of battlements" - formas de muralhas!

O tradutor estava inspirado!

Um exame mais acurado mostrou que as duas versões não batiam. Parecem de escritores diferentes. A versão lusa apresenta muito mais detalhes, menciona muitas localidades que não aparecem na versão inglesa que eu tinha. Conclusão: meu ebook em inglês era uma adaptação e não o texto original.

Pode isso Arnaldo?

segunda-feira, 14 de setembro de 2015

Spandauer Vorstadt

por Luiz Carlos Monte

Em busca de uma nipo-hamburgueria

Último dia de Berlim, 19 de julho de 2015. Depois do museu do Pérgamo, ainda dava um tempo para mais um passeinho explorando a região de Spandauer Vorstadt, uma das regiões que merecia uma visita e não tivemos tempo de explorar suficientemenete, como contei no post Berlim, julho de 2015

Spandauer Vorstadt

Vorstadt quer dizer subúrbio, o que deve ter sido algum dia. Hoje, Spandauer Vorstadt faz parte do mitte (centro) de Berlim. Sua parte oriental chama-se Scheunenviertel, pedaço que nem fomos. Frequentemente os guias se referem a todo Spandauer Vorstadt como sendo Scheunenviertel, mas o certo é o contrário.

Spandauer Vorstadt e Scheunenviertel (clique para ampliar).

Nos dois dias apressados que passeamos aí, vimos e apreciamos: (clique no mapa acima para ver os locais)
  1. o memorial dos judeus (falo mais dele adiante neste post), 
  2. o parque Monbijou
  3. o Hackescher Markt com seus bares (fomos no Weihenstephaner), 
  4. o Hackescher Hof (uma interessantíssima e intrincada galeria); 

  5. passamos

  6. pelo Strandbar Mitte (bar na beira do rio), 
  7. pela Rosenhöfe (outra galeria), 
  8. pela Sophienkirche (igreja de Sta. Sofia) 
  9. e pelo antigo cemitério judeu (Alte Jüdische Friedhof).

  10. Parece que ainda há outras atrações nessa região:

  11. o Clärchens Ballhaus (antigo salão de dança), 
  12. o Kunst-Werke (KW. Arte contemporânea, com o Café Bravo, famoso pelos seus bolos), 
  13. o Heckmann Höfe (outra galeria, com jardim e uma loja de balas estilo antigo, a Bonbonmacherei), 
  14. caminhar pela rua Oranienburger 
  15. e a Nova Sinagoga (Neue Synagoge) que vimos de longe várias vezes. 

  16. Há também

  17. o teatro de revista Friedrichstadt-Palast
  18. o centro de arte Kunsthaus Tacheles
  19. o prédio dos correios (Postfuhramt)
  20.  e certamente outras coisitas.

Große Hamburger Straße

Após o museu, no nosso último dia de Berlim, como a necessidade de comer nos guiava, tomamos uma direção determinada, seguindo a Große Hamburger Straße, que imaginei ser a "rua do hambúrguer grande", rumo ao Shiso Burger.


Seguimos a rota que no mapa acima está desenhada com uma linha roxa, saindo do Pergamonmuseum. No início da Burgstraße, no James-Simon-Park, vimos umas pessoas em volta de uma escultura e fomos lá ver. É um grupo escultório muito estranho, em memória do educador Adolph Diesterweg. 


Memorial a Adolph Diesterweg (wikipedia)

Minha foto é só de um detalhe do grupo escultório.

No início dessa rua Große Hamburger, há o antigo cemitério judeu e, na calçada dele, o grupo escultório Jüdische Opfer des Faschismus (judeus vítimas do fascismo) de Will Lammert, à guisa de memorial.

Memorial Jüdische Opfer des Faschismus (judeus vítimas do fascismo)

Detalhe

O local foi cemitério judeu desde 1672, até ser destruído pelos nazistas.

Mais adiante na Große Hamburger Straße, vem a igreja de Santa Sofia. Vimos de longe porque nosso objetivo era outro...

Igreja de Santa Sofia (Sophienkirche)

Shiso Burger

Comer um hambúrguer sentado era uma boa pedida. A preocupação com a hora de partir, o cansaço da fila e da visita ao museu e a tal da fome serviram de estrela de belém. Alguém tinha recomendado e fomos ao Shiso Burger. Seguimos a Große Hamburger Straße até a Auguststraße, viramos à direita e no número 29 achamos o lugar.

É bem pequeno, mas dobra seu espaço com umas mesas na calçada. Sabíamos que é procuradíssimo e fica apinhado com longas horas de espera (tem gente que pede pra viagem e come em alguma praça). Mas ainda nem eram 18h do domingo. O nosso famoso truque de só ir a restaurante nos horários mortos funcionou mais uma vez. Logo-logo conseguimos um lugarzinho para dois, na parte de dentro, como queríamos, porém meio espremidos por um casal espaçoso ao lado.

Não precisa perguntar a senha do wi-fi !!
Tenho preguiça de escolher prato. Daí gostei do lugar só ter 9 opções, todas hambúrgueres: Uma de carne angus; outra, do mesmo acrescido de queijo; outras opções são de camarão, atum, salmão e duas veggies (de cogumelos ou de berinjela). Pedimos o cheeseburger de angus, carne de primeiríssima qualidade. Além da carne e do pão excepcionais, os sanduíches contêm ingredientes, alguns orientais, caprichosamente os tornando únicos. Não comerás algo semelhante em outro lugar. E se não tivéssemos pedido vinho e coca-cola, beberíamos refrescos e drinks também únicos.

Sim, o sanduíche não é grandão.

A maioria das mesas pedira batatas fritas torcidas, nós imitamos. Tínhamos visto isto em vários lugares, mas ainda não experimentado. É bem bom, mas esfria mais rápido.

Twisted potato.


Tudo vem servido em steamers de bambu, o que é bonitinho e dispensa a lavagem de pratos...

O lugar é simpático, provavelmente pelo público que o frequenta (ok, é hipster), já que o ambiente é bem simples e o atendimento lento e não carinhoso. A decoração usa uma madeira clara que, no balcão do caixa, lembra caixotes. Ou seja, rústico chique. A Adriana se assustou um pouco com o chão escorregadio de gordura. A comida estava bem gostosa (lembrando sempre que trouxéramos os principais temperos: fome, cansaço e boa vontade).

Era o último passeio da viagem. No início dela, evitávamos gastar notas para não ter que ficar sacando; pagávamos tudo no cartão (crédito ou débito). Talvez evitássemos o Shiso Burger, se tivéssemos por lá passado, pois só aceita dinheiro vivo.

Só dinheiro vivo. Antipático? Não com o Johnny avisando.

Shiso

Quem olhar o menu do restaurante, verá que o tal hambúrguer de atum é chamado de Shiso Burguer, o mesmo nome da casa, e contém uma folha de shiso como ingrediente. O próprio site descreve laconicamente que shiso "é uma folha". E parece que sem graça.

Folha de Shiso. Comumente serve como leito de wasabi ralado (wikipedia).


sábado, 5 de setembro de 2015

Alimento

por Fatima Flórido Cesar

Tem todo tipo de alimento. E tem todo tipo de fome. Às vezes é fácil, às vezes difícil acertar o alimento capaz de saciar aquela fome.

É que nem sede. Se você tem sede de água, só serve água e não tem palavra para descrever a delícia que é encontrar o que se anseia. Matar a sede.

Tem todo tipo de alimento. Isso também porque somos muitos no dentro da gente. Então, cada faceta do ser pede uma comida que traz promessa de saciedade. Também, se a gente é feita de um jeito tal, tem comida que nem entra.

Por exemplo, tem gente que não gosta de shopping. Eu já adoro: é uma faceta minha que me destrambelha. É vizinha de outras facetas tão diferentes: tipo gostar de escrever, ler Clarice Lispector, ser pescada por filme profundo.

Acho que sou múltipla. Todo mundo é: casa cheia de andares, portas e janelas. Mas acho que sou múltipla demais: tenho fome de shopping, de livro de suspense e de profundo. Ás vezes dá confusão: porque quem me conhece de shopping desconhece o lado do profundo. E vice-versa: causa espanto combinar poesia com consumismo.

Também gosto de livro de suspense, gosto que mora ao lado do amor pela poesia. Poesia é um alimento que me dá muita sustança e se estende para além dos livros: porque vai para música e pra filme. Música sacia os sentidos, pesca sonhos. Aliás, tem alimento que entra na categoria de sonho: sentir profundo, poesia, música, filme especial. Especial, porque nem todo filme faz sonhar. Tem outros tipos que também são alimento: comédia, por exemplo. Mas tem que gostar.

Ontem fui assistir uma comédia: era o que a vida me oferecia. Mas não achei graça e ainda saí de barriga vazia. Tinha fome de filme profundo.

Profundo. Profundo. Palavra batida, né? Mas não tem outra para fazer um laço com sonho. Ah! Tem a palavra encantamento. Isso! Tem fome de encantamento. E tem coisa melhor do que quando essa fome é saciada? A gente ganha um tipo de nutriente que torna a pessoa encantada.

Ah! Tenho outra fome também que para quem conhece meu lado de sonho, pode até estranhar. Adoro novela e já gostei de programa bobo. Dizem que novela é rasa, e deve ser mesmo, mas eu viajo, distraio e sempre tem paixão. Paixão me fisga e ai pode até ser paixão barata. Paixão é um alimento que me atrai desde a adolescência. E continua. Paixão também atrai muita gente: mora ao lado do encantamento.

Também cada conversa é um tipo de alimento. Tem conversa que dá alma ,tem conversa que distrai, tem conversa que suga e tem conversa que entedia. Bem, tem muitos outros tipos. Sou muito sensível à conversa. Conversa sobre roupa me anima. Mas tem conversa que me desperta um desejo de comunicação e dá vontade de não sair de perto. São conversas com pessoas que compartilham o essencial da vida. Mas tem conversa que me deixa murchinha e eu vou ficando distante, distante. Sem alma.

A pessoa tem fome de todo tipo de alimento: desde aqueles que fazem sonhar até aqueles que distraem a gente de um jeito simples, pode ser até bobo ou barato. A gente é muitos e a fome é grande. Quando fica fraquinha é sinal de tristeza, inanição de alma. Quero fome. Muita fome. Quero ficar cheia de vida: desde vestido bonito até verso que diz “a praia inicial da minha vida”(Sophia de Mello Breyner).